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Nella pratica clinica con pazienti immigrati sono centrali le riflessioni sulla costruzione del setting. La ragione di ciò è legata alla considerazione che il lavoro psicoterapeutico, e più in generale clinico, si basa essenzialmente sulla costruzione di dispositivi atti a produrre fenomeni che diventano oggetto del lavoro interpretativo ed avviano processi di trasformazione

Occorre che il setting terapeutico si istituisca considerando gli elementi culturali che lo fondano e che ne rendono possibile il suo utilizzo rispetto a dimensioni culturali irriducibili.

Il dispositivo etnopsicoanalitico avvia il processo terapeutico a partire dalla considerazione metodologica secondo la quale variando la struttura del dispositivo si modifica anche la natura dei fenomeni che è possibile osservare. Modificare le condizioni del dispositivo, attraverso l’introduzione di elementi ed oggetti culturalmente eterogenei, rende possibile esplorare il sistema culturale di appartenenza del paziente (Lo Mauro, Profita, 2015).

Possedere una cultura ed essere dotati di psichismo sono due fatti strettamente equivalenti. I due sistemi, culturale e mentale sono funzionalmente simili in quanto creano legami; essi coesistono, si organizzano su due registri paralleli ed irriducibili ad uno stesso livello. Il senso della propria identità è prodotto proprio da questa doppia matrice. Ogni sistema culturale organizza quella rete di significati e di codici attraverso i quali ogni individuo viene reso “umano”, ossia culturalmente determinato; questa rete-filtro organizza i modi attraverso cui un soggetto conosce, percepisce, pensa e si rappresenta il reale; attraverso questo filtro ogni evento sarà immediatamente codificato ed interpretato secondo termini già strutturati La caratteristica dei modelli culturali è quella di essere prevalentemente inconsci e di organizzarsi come  doppio  del sistema mentale, del quale garantisce i confini. (cfr Nathan, 1994, 2001)

Prendersi cura della sofferenza espressa da un paziente non occidentale, pone al clinico occidentale un doppio vincolo epistemologico, e cioè la necessità di pensare sia sulla costruzione sociale, culturale ed istituzionale del proprio modello di malattia e di cura, sia sulla irriducibilità dei modi concreti attraverso i quali ciascun sistema culturale costruisce la propria rappresentazione della malattia e della cura, intesa come l’insieme dei saperi e delle tecniche attraverso cui decifrare, codificare, pensare e riordinare le forme del disordine, di cui la manifestazione sintomatologica è espressione.

Il lavoro clinico con pazienti migranti richiede la capacità di riconoscere la distanza che intercorre tra i mondi culturali e gli universi di significato che ciascuno dei poli della relazione clinica incarna e rappresenta all’interno dello spazio di cura.

A partire dall’esperienza di questa distanza diventa possibile pensare ed operare strategie di avvicinamento, di incontro, di comprensibilità dell’Altro culturale.

Il passaggio preliminare alla costruzione di spazi di cura efficaci è rappresentato, quindi dalla disponibilità di interrogare i luoghi da cui vengono avviati percorsi di avvicinamento, di incontro incontrare, comprendere l’Altro. Questi luoghi sono quelli della propria appartenenza culturale, ma anche quelli della formazione, della teoria e della tecnica, ovvero gli impliciti culturali di cui si è portatori e vettori nella relazione clinica e nel dispositivo clinico che la rende possibile ( Cfr. Lo Mauro, 2006).

Il problema specifico è, quindi, quello di trasformare il luogo della cura, che è strutturato secondo modelli occidentali, in luogo dell’elaborazione culturale, dove il senso di ciò che accade diventa pensabile nei termini adeguati ai sistemi culturali proposti dai pazienti. È indispensabile, in questi casi, istituire dispositivi terapeutici che funzionino per i pazienti da visualizzatori del proprio disturbo, così come esso è rappresentato nel loro tradizionale modello eziologico e terapeutico.

Il nostro dispositivo terapeutico tradizionale taglia, in buona parte, dalla nostra visuale gli aspetti culturali proposti dai pazienti, che invece si rivelano gli unici indicatori in grado di fornire spiegazioni. Avviare un’azione d’aiuto senza sapere cosa la cultura, di cui il paziente è rappresentante, dice a proposito della malattia e della sua cura, rivela la parzialità delle nostre pratiche cliniche e la loro continua messa in scacco da fatti, sintomi e situazioni che appaiono, dapprincipio, “incomprensibili” (cfr. Profita, Lo Mauro 2003, 2005).

L’aspetto più importante della metodologia etnopsichiatrica è l’utilizzazione delle leve culturali per facilitare l’espressione e l’elaborazione della matrice culturale di riferimento del paziente.

Il setting etnopsicoterapeutico è un setting plurale, plurietnico, plurilinguistico e multiculturale: la presenza di coterapeuti e mediatori che appartengono a culture diverse e con diversa formazione, l’adozione della lingua del paziente consente un dialogo a più voci sul disturbo del paziente(Cfr. Nathan, 1996). Questa pluralità consente di creare uno spazio culturalmente caratterizzato che diventa il contesto naturale all’interno del quale designare ed inscrivere i frammenti culturali sparsi e decontestualizzati con i quali la sofferenza del paziente si manifesta.

Questo universo culturale condiviso e ricostruito, è lo spazio intermedio in cui vengono enunciate le strategie culturali di individuazione, denominazione ed interpretazione degli stati di disordine emotivo, cognitivo, comportamentale e somatico, ed in cui vengono attivate le pratiche di cura e che si compiono attraverso i processi, anch’essi culturalmente codificati, di pensiero, di enunciazione, di rievocazione dei miti fondativi, di evocazione di riti, di divieti e di prescrizioni, di analisi delle strutture di parentela, di interpretazione dei sogni.

*Immagine di copertina: Olli Kekäläinen, Migranti

Riferimenti Bibliografici

Lo Mauro, V. (2006), La storia di Malinké. Operazioni di articolazione e connessione all’interfaccia tra mondi. In Gruppi, n° 2, pp. 99-120

Lo Mauro V,. Profita G., (2015), I luoghi del malinteso nella cultura e nella cura culturale, in Narrare i Gruppi, vol. 10, n° 1, pp. 17-31

Nathan, T. (1994), Costretto ad essere umano, in Psicoterapia e scienze umane, 4, 73-97

Nathan, T. (1996), Principi di etnopsicoanalisi, Bollati Boringhieri, Torino, (ed or. 1993)

Nathan, T. (2001) Nous ne sommes pas seuls au monde, Le Seuil, Paris

Profita, G., Lo Mauro, V. (2003), Setting terapeutici come luoghi di ancoraggio comunitario. Esperienze cliniche con pazienti migranti., In Gruppi, 1, pp 117-127

Profita, G., Lo Mauro, V. (2005) Essere fuori luogo. Appunti di clinica della migrazione. In Di Maria, F., (a cura di) Psicologia per la politica. Metodi e pratiche. Franco Angeli Editore, Milano, pp.153-173 

 

 

 

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